Forse la parola giusta è concentrazione. Non si è distratti dall’ansia, né dalla sottovalutazione dell’impegno. Si è per l’impegno, nell’impegno. Mi colpisce fin dalla prima volta che sono venuto per Bohème; mi colpisce perché il tempo è da sempre il tema che sottostà ai miei lavori, ai miei pensieri, anche alle mie ossessioni, grandi e piccole, a turbamenti e paure. Mi colpisce perché Raffaele, il mio maestro, mi ha messo sulla strada della ricerca del tempo giusto, quello di Sergiu Celibidache, il tempo che tiene conto e sintetizza il più elementi possibili in base a quelli che tu, col tuo vissuto, riesci a cogliere e tenere complanari. Mica facile.
Il borgo sembra non essere intaccato dalla nevrosi; si aspetta, per l’inizio, né troppo né poco. Ora. Vai.
Guai a recitare; il rito serve soltanto (si fa per dire) a dare forma nobile alle corde di ciò che siamo. Non è uno spectaculum, non si è spettatori, nel borgo; non è la parola giusta. È il paradigma ad essere rivoluzionato: quasi siamo noi teatranti a spectare quello che chiamiamo pubblico, ad osservarne interessati reazioni, umori, vibrazioni. E voi, pubblico, chi siete?
Mi sorprende sempre la preparazione con cui gli attori affrontano contingenze e imprevisti inevitabili: fanno parte del flusso, sono anch’essi non parte ma lo spectaculum.
Ecco ciò che deve essere visto, guardato, osservato. La capacità di attraversare e allo stesso tempo stare dentro ciò che accade, se accade (ecco l’ubiquità: riesco ad uscire nello stesso momento in cui riesco ad essere perfettamente dentro). O se non accade. Ogni volta è diverso. Ogni volta è la stessa storia, ma è il giro di giostra che ci ha cambiato, se abbiamo girato con il tempo giusto.
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